Il 19 febbraio 1937, giorno corrispondente al 12 del mese di Yekatit secondo il calendario etiope, Abraham Deboch e Mogus Asghedom, appartenenti al movimento etiope di resistenza all'occupazione coloniale dell'Italia fascista, compirono un attentato lanciando delle bombe a mano nel Piccolo Ghebì del Palazzo Guenete Leul di Addis Abeba, residenza del viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani, ove era in corso una cerimonia pubblica cui presenziano importanti autorità italiane, tra cui lo stesso Graziani, principale obiettivo dell'attentato, numerosi dignitari etiopi fedeli agli occupanti e una vastissima folla di poveri della capitale.
L'esplosione delle bombe causò sette vittime, ma riuscì soltanto a ferire lievemente Graziani, i generali Aurelio Liotta e Italo Gariboldi, il vice-governatore Armando Petretti, il governatore della capitale Alfredo Siniscalchi e alcune decine di persone. Graziani venne prontamente trasportato in ospedale, mentre soldati e carabinieri, con l'ausilio di militi delle truppe coloniali, chiusero gli accessi del recinto e aprirono il fuoco sulla folla, massacrando decine di persone. Ciò non fu che il preludio ad una vera e propria "caccia al moro", come fu successivamente definita da Antonio Dordoni, testimone del massacro: centinaia di civili italiani, organizzati in squadre armate di spranghe e manganelli su precisa disposizione del federale Guido Cortese, compirono violentissime incursioni nei quartieri più poveri di Addis Abeba, unendosi ai militari, impiccando, bruciando vivi, massacrando di botte e fucilando chiunque incontrassero.
La ritorsione fu particolarmente feroce negli agglomerati di tucul lungo i torrenti Ghenfilè e Ghilifalign, che attraversano Addis Abeba da nord a sud. La ritorsione fu particolarmente feroce negli agglomerati di tucul lungo i torrenti Ghenfilè e Ghilifalign, che attraversano Addis Abeba da nord a sud. «Per ogni abissino in vista – scrive lo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca – non ci fu scampo in quei terribili tre giorni ad Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano». I corpi dei civili massacrati vennero gettati in fosse comuni: secondo le stime più recenti, le vittime della selvaggia mattanza italiana furono circa 19.000.
L'eccidio di Yekatit 12, uno dei più efferati crimini mai compiuti nella storia coloniale dell'Italia, è a malapena conosciuto nel nostro paese, ove simili atrocità sono rimaste sostanzialmente impunite, mentre è commemorato ogni anno ad Addis Abeba con una cerimonia presso il monumento che lo ricorda.
L'esplosione delle bombe causò sette vittime, ma riuscì soltanto a ferire lievemente Graziani, i generali Aurelio Liotta e Italo Gariboldi, il vice-governatore Armando Petretti, il governatore della capitale Alfredo Siniscalchi e alcune decine di persone. Graziani venne prontamente trasportato in ospedale, mentre soldati e carabinieri, con l'ausilio di militi delle truppe coloniali, chiusero gli accessi del recinto e aprirono il fuoco sulla folla, massacrando decine di persone. Ciò non fu che il preludio ad una vera e propria "caccia al moro", come fu successivamente definita da Antonio Dordoni, testimone del massacro: centinaia di civili italiani, organizzati in squadre armate di spranghe e manganelli su precisa disposizione del federale Guido Cortese, compirono violentissime incursioni nei quartieri più poveri di Addis Abeba, unendosi ai militari, impiccando, bruciando vivi, massacrando di botte e fucilando chiunque incontrassero.
La ritorsione fu particolarmente feroce negli agglomerati di tucul lungo i torrenti Ghenfilè e Ghilifalign, che attraversano Addis Abeba da nord a sud. La ritorsione fu particolarmente feroce negli agglomerati di tucul lungo i torrenti Ghenfilè e Ghilifalign, che attraversano Addis Abeba da nord a sud. «Per ogni abissino in vista – scrive lo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca – non ci fu scampo in quei terribili tre giorni ad Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano». I corpi dei civili massacrati vennero gettati in fosse comuni: secondo le stime più recenti, le vittime della selvaggia mattanza italiana furono circa 19.000.
L'eccidio di Yekatit 12, uno dei più efferati crimini mai compiuti nella storia coloniale dell'Italia, è a malapena conosciuto nel nostro paese, ove simili atrocità sono rimaste sostanzialmente impunite, mentre è commemorato ogni anno ad Addis Abeba con una cerimonia presso il monumento che lo ricorda.