Il 10 marzo 1944 circa 200 fascisti della GNR giungono a Poggio Bustone per effettuare una retata punitiva di partigiani e di renitenti alla leva della RSI. 24 uomini della “Brigata Gramsci”, avvisati dalla popolazione scendono dal loro rifugio ingaggiando per più di tre ore, nonostante la sproporzione di forze, una dura battaglia con le milizie fasciste. Anche la gente del luogo fa la sua parte, armata alla meglio di forconi e bastoni. Il bilancio dello scontro, 14 morti, tra cui lo stesso questore Pannaria, e 30 feriti è alla fine per i fascisti decisamente pesante.
Poggio Bustone diviene un simbolo formidabile: è il primo territorio del centro nord liberato. «Questa azione segna l’apice della capacità offensiva della Resistenza nel reatino".
All'alba del 10 marzo le sentinelle del battaglione “Calcagnetti” della brigata “Gramsci”, appostate al di
sopra del paese sulla dorsale del monte Rosato, vedono giungere dalla frazione pianeggiante Borgo San
Pietro circa duecento militi che, lasciati gli automezzi (si parla di cinque torpedoni, successivamente resi
inservibili dalla squadra di Mario Filipponi “Fulmine”), salgono a piedi a cingere l'abitato chiudendone le vie
di fuga. La precipitosa corsa ad avvisare i compagni più vicini, a Cepparo (Rivodutri), appena rientrati dopo il
disarmo notturno del presidio GNR di Cantalice, coincide con la burrascosa sveglia che subiscono gli
abitanti. Le case vengono percorse una ad una tirando fuori tutti i maschi in età di leva, bastonando le madri
che provano a trattenerli, proseguendo poi con gli adulti e addirittura gli anziani. Il motivo della spedizione,
condotta in prima persona dal questore di Rieti Antonio Pannaria, con l'ausilio del capitano Mario Tandurri
della GNR e del vice commissario di PS Vincenzo Trotta, è duplice: stroncare la renitenza, pressoché totale
nel Comune per le classi 1923-1924, e punire una popolazione rea del supporto ai partigiani; va tenuto
conto anche della volontà di rappresaglia contro i continui disarmi di presidi e distaccamenti della GNR in
questa parte del Reatino, in atto sin da fine febbraio (il presidio di Poggio Bustone è caduto il 4 marzo). Tutti
vengono concentrati sulla piazzetta e il questore, lista alla mano, chiama cinquantotto di loro (non è dato
sapere con certezza se si tratti solo dei renitenti, solo dei ricercati per motivi politici, o l'intero gruppo),
obbligati a presentarsi entro dieci minuti pena la distruzione del paese. In questi frangenti si consuma
l'uccisione di Supenio Mostarda, colpito mentre cerca di scappare, e della sorella (secondo alcune fonti
cugina, secondo qualcuna addirittura fidanzata) Domenica, liberatasi dal blocco dei militi per correre a
soccorrerlo.
Inizia a questo punto la seconda fase, la vera e propria battaglia, con l'arrivo dei partigiani del “Calcagnetti”
guidati da “Lupo” e Vero Zagaglioni “Francesco”, venticinque al massimo, che sconvolge i piani del questore
e fa sbandare i suoi uomini, che colti letteralmente di sorpresa iniziano anche a scappare. I partigiani, divisi
in tre gruppi, hanno a loro volta sbarrato le vie d'uscita e ai fascisti non resta che concentrare il
combattimento fra le vie del paese. La gente si arma alla meglio, anche con forconi e bastoni, e dà un
contributo di straordinaria importanza che induce, dopo qualche ora, i militi a sgombrare il campo. Ad
esempio il partigiano Giuseppe Desideri si Poggio Bustone (26/01/1924 – 27/05/2006) si salva proprio perché
sua madre colpisce mortalmente con un forcone il milite che sta per scaricargli addosso una raffica di mitra.
Lo scontro è duro, a tratti brutale e vendicativo da parte di tutti i protagonisti, sebbene l'incongruenza fra le
testimonianze e le reticenze di molti non consentano ricostruzioni esaustive. Ciò soprattutto in relazione
all'eliminazione dell'ultima sacca di resistenza, rappresentata dall'abitazione dove sono asserragliati il
questore, i due funzionari e altri tre militi. Il merito principale viene unanimemente attribuito al ternano
Enzo Cerroni “Uragano” e ad Emo Battisti, giovane studente di Poggio, partigiano della “Gramsci” rientrato
in paese il giorno precedente per visitare i genitori. È sulle modalità dell'uccisione dei cinque fascisti che
mancano sufficienti certezze, inducendo taluni anche a sollevare valutazioni di ordine morale in merito alla
condotta dei partigiani in questa occasione.
In concomitanza con la cessazione del fuoco giungono anche i rinforzi, in un ritardo giustificabile con la
distanza da coprire, circa cinquanta partigiani con in testa Armando Fossatelli “Gim” e Saturno Di Giuli
“Miro”. Prevedendo correttamente il pronto arrivo dei tedeschi, tutti piegano rapidamente in direzione di
Leonessa (dopo avere liberato alcuni dei ragazzi rastrellati la mattina e rinchiusi in un locale), facendo
tuttavia in tempo a vedere arrivare verso le ore 16 una colonna della Wehrmacht, composta sia di mezzi
blindati che bandiere della Croce Rossa, che non risulta avere compiuto ulteriori danni o ritorsioni contro la
popolazione in quella giornata.
Alla fine i fascisti contano in totale sedici vittime fra le loro fila.