Nato a Milano l'11 dicembre 1916, primogenito di sette fratelli, Gianfranco Mattei proveniva da un'agiata famiglia borghese di origine ebraica: il padre Ugo, avvocato di orientamento liberale e imprenditore, fu spesso ostacolato dal regime nelle proprie attività in ragione del proprio fiero sentimento antifascista e dovette cambiare mestiere, trasferendosi con tutta la famiglia in una villa di Bagno a Ripoli e reinventandosi operaio marmista. Compiuti gli studi in chimica presso l'Università di Firenze, il giovane Gianfranco divenne nel 1938 docente di chimica analitica quantitativa presso l'Istituto di chimica industriale del Politecnico di Milano e assistente del già celebre professor Giulio Natta. Negli stessi anni, pur frequentando il corso allievi ufficiali a Pavia, si avvicinò con la sorella Teresa agli ambienti dell'antifascismo lombardo e fu successivamente chiamato alle armi con lo scoppio della Seconda guerra mondiale.
All'indomani dell'armistizio, fuggito da Milano, si unì alle formazione partigiane operanti nella zona di Lecco e della Valfurva, trasferendosi infine a Roma, dove prese contatto con i GAP centrali. Assieme allo studente di architettura Giorgio Labò, fu incaricato dai dirigenti dell'organizzazione comunista clandestina di confezionare gli ordigni esplosivi da utilizzare nelle azioni di guerriglia nella capitale: i due, assieme ad altri addetti alla "santabarbara" dei GAP, risiedevano nell'appartamento situato al secondo piano del palazzetto al civico 25A di Via Giulia, protetti da una falsa identità. Arrestati il 1° febbraio 1944 a seguito dell'irruzione della polizia tedesca nello stabili, furono rinchiusi a Via Tasso.
«Questo comunista Mattei è terribile, terribilmente silenzioso» - diceva di lui Kappler, secondo la testimonianza della gappista Maria Teresa Regard - «ma ora useremo il tenente Priebke, che saprà farlo parlare con mezzi chimici e fisici». Per timore di rivelare informazioni sull'organizzazione clandestina ed esporre al pericolo i propri compagni, nella notte tra il 6 e il 7 febbraio si impiccò con la cintura dei pantaloni nella propria cella, dopo aver lasciato un ultimo messaggio alla famiglia sul retro di un assegno bancario.
All'indomani dell'armistizio, fuggito da Milano, si unì alle formazione partigiane operanti nella zona di Lecco e della Valfurva, trasferendosi infine a Roma, dove prese contatto con i GAP centrali. Assieme allo studente di architettura Giorgio Labò, fu incaricato dai dirigenti dell'organizzazione comunista clandestina di confezionare gli ordigni esplosivi da utilizzare nelle azioni di guerriglia nella capitale: i due, assieme ad altri addetti alla "santabarbara" dei GAP, risiedevano nell'appartamento situato al secondo piano del palazzetto al civico 25A di Via Giulia, protetti da una falsa identità. Arrestati il 1° febbraio 1944 a seguito dell'irruzione della polizia tedesca nello stabili, furono rinchiusi a Via Tasso.
«Questo comunista Mattei è terribile, terribilmente silenzioso» - diceva di lui Kappler, secondo la testimonianza della gappista Maria Teresa Regard - «ma ora useremo il tenente Priebke, che saprà farlo parlare con mezzi chimici e fisici». Per timore di rivelare informazioni sull'organizzazione clandestina ed esporre al pericolo i propri compagni, nella notte tra il 6 e il 7 febbraio si impiccò con la cintura dei pantaloni nella propria cella, dopo aver lasciato un ultimo messaggio alla famiglia sul retro di un assegno bancario.